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Dal mondo

L'Europa non si rassegna al fallimento di Kyoto

23.02.2007
 

E' stato presentato a Parigi il nuovo rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change, alla presenza dei rappresentanti di molti stati e dei principali media del mondo.

Scopo del congresso, oltre alla divulgazione dei risultati delle ricerche, e' sicuramente stato il tentativo di riportare l’attenzione sulle tematiche ambientali. Negli ultimi anni, malgrado qualche esercizio retorico, la classe politica planetaria ha accantonato i problemi dell’ambiente, ritenendoli meno urgenti di altri nell’agenda globale, col sostegno diffuso delle opinioni pubbliche. Terrorismo, migrazioni, sicurezza globale hanno riempito le pagine dei giornali e catalizzato le risorse economiche a disposizione degli stati piu' potenti.

L’Ipcc, formato da 2500 scienziati ha, nel suo quarto rapporto, stimato con certezza pari al 90-95% che i cambiamenti climatici siano dovuti alle attivit?' umane. Inoltre, calcolando che la concentrazione di anidride carbonica non e' mai stata tanto alta negli ultimi 800.000 anni, hanno previsto un futuro fatto di ghiacciai montani e polari sciolti, con conseguente innalzamento del livello dei mari, di spaventosi uragani capaci di radere al suolo citt? intere, di specie animali e vegetali presto estinte.

Il quadro non e' evidentemente idilliaco. La principale causa di tanta paura e' l’anidride carbonica, le cui emissioni salgono a ritmo vertiginoso come diretta conseguenza dell’industrializzazione massiccia e dei suoi derivati. Il rapporto non ha suscitato solo reazioni preoccupate: qualcuno si e' chiesto come mai tanto clamore abbia accolto una versione stringata, formulata ad uso e consumo delle classi politiche e dei media, quando i risultati veri e propri non saranno pubblicati che nei prossimi mesi.

Alcuni esperti, esterni alla commissione redigente, hanno sottolineato l’eccessivo allarmismo del rapporto, nel quale potrebbero essere stati enfatizzati quegli aspetti capaci di far breccia nelle volubili opinioni pubbliche dei paesi ricchi. E' giusto che ognuno pensi cio' che vuole della veridicit? di quanto contenuto nella relazione, ma non si possono trascurare i gravissimi problemi che gi? affliggono il nostro pianeta.

In occasione del vertice di Parigi, le reazioni dei leader mondiali non si sono fatte attendere: Ban Ki-moon, neosegretario delle Nazioni Unite, ha preso atto del fallimento del protocollo di Kyoto, imputabile a piu' fattori, tra i quali la mancata ratifica da parte degli Stati Uniti, la carenza di interesse dimostrata dal G8, il comportamento negligente delle potenze emergenti, al contempo vittime ed artefici dei disastri ambientali.

Come molte altre questioni, anche quella dell’ambiente e' foriera di implicazioni geopolitiche di grande portata; si stanno delineando due schieramenti, l’uno favorevole all’assunzione di provvedimenti urgenti, l’altro non disponibile ad impegnarsi. In questo blocco si ? cementata l’alleanza sui generis tra gli Stati Uniti ed i paesi emergenti come Cina, India, Brasile.

Alcune tra le piu' alte cariche dell’amministrazione statunitense hanno piu' volte affermato che “il tenore di vita americano non e' negoziabile”, con ci? intendendo che Washington non acconsentir? mai a politiche che possano in qualche misura diminuire i livelli di produzione e consumo del gigante a stelle e strisce. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il paese che contribuisce nella misura maggiore all’inquinamento del pianeta: le emissioni sono dovute tanto alle esigenze industriali quanto ai vertiginosi ritmi di consumo raggiunti dai semplici cittadini.

La chiusura e' stata sino ad oggi nettissima. George W. Bush, ha recentemente dichiarato di voler prestare attenzione alle energie rinnovabili, non e' dato sapere se in chiave ecologista o, piu' plausibilmente, economica. Le fonti rinnovabili non inquinano, certo, ma soprattutto ledono la posizione di forza di russi, arabi, iraniani nel mercato mondiale.

Per una volta sullo stesso fronte si trovano le grandi potenze in ascesa, Cina in testa. Questi stati non ritengono che la propria economia, in rapido sviluppo, possa essere vincolata dai problemi ambientali. In fondo, se fino ad oggi si trattava di sistemi prevalentemente agricoli, non si vede come possano avere contribuito a creare la situazione attuale. La sostanza e' che questi paesi, dalle colossali potenzialit?, hanno atteso la rinascita tanto a lungo che oggi non basta certo un rapporto scientifico, per quanto autorevole, a fermare la loro voglia di ricchezza e potere.

Pechino ha assicurato che si atterr? alle raccomandazioni Onu in materia ambientale, ma, considerata l’assenza di forza vincolante delle stesse e la mancanza di un apparato sanzionatorio, e' lecito dubitare. La Cina, nei cui immensi conglomerati urbani la visibilit? e' spesso ridotta a causa di una fitta coltre di smog, superer?' nell’arco di un biennio gli Stati Uniti per emissioni di anidride carbonica. Un primato che mette ancor piu' a repentaglio la saluta del pianeta, ma che i politici dell’ex Celeste Impero non mancheranno di festeggiare.

 A combattere una dura battaglia per riportare l’attenzione sui problemi ambientali non sono che gli stati europei. Il presidente francese Chirac, al termine del congresso, ha auspicato la creazione di un ente deputato per conto dell’Onu alla salvaguardia ambientale, incontrando il plauso di molti governi del Vecchio Continente (non di tutti, anche da noi i “nuovi ricchi” manifestano qualche riserva).

La sensibilit?' europea in questo ambito ? molto sviluppata, anche per effetto dell’attivit? di associazioni e movimenti. In questo come in altri campi solo l’Unione Europea, con un’azione quanto piu' possibile concertata ed omogenea, pu? attuare una politica innovativa volta alla salvaguardia ambientale. In questo senso si pone una direttiva, in fase di studio, che prevede la sanzionabilit? di ogni soggetto, giuridicamente appartenente all’Unione, che abbia cagionato un danno ambientale, ovunque gli effetti negativi si producano. Rafforzare la cooperazione europea per salvare il pianeta, questo il motto della futura politica comune della rediviva Unione.

di Francesco Tajani

Fonte: www.geopolitica.info

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