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Riallineamento globale e declino della superpotenza

21.03.2007
 
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Riallineamento globale e declino della superpotenza

Gli Stati Uniti sono stati sconfitti in Iraq. Questo non significa che ci sara' un ritiro delle truppe a breve, ma che non c'e' speranza di raggiungere gli obiettivi politici della missione. L'Iraq non sara' una democrazia, la ricostruzione sara' minima e le condizioni di sicurezza continueranno a deteriorarsi nel prevedibile futuro.

I veri obiettivi dell'invasione sono egualmente irrealizzabili. Mentre gli Stati Uniti hanno stabilito molte basi militari nel cuore del centro energetico mondiale, l'esportazione è scemata a 1.6 milioni di barili al giorno, circa metà della produzione post-bellica. Ancora più importante, l'amministrazione non ha una chiara strategia per proteggere gli oleodotti, le petroliere e le principali strutture. La produzione di petrolio sarà saltuaria per anni a venire, anche se la sicurezza dovesse migliorare.

Questo avrà gravi effetti sui futures petroliferi; scatenando picchi irregolari e innervosendo i mercati energetici mondiali. Se il contagio si diffonde ad altri stati del Golfo, come ora si aspettano molti analisti politici, molti dei paesi del mondo dipendenti dal petrolio continueranno in un agonizzante ciclo di recessione/depressione.

Il fallimento degli Stati Uniti in Iraq non è solo uno sconfitta per l'amministrazione Bush. E' un fallimento anche per il "modello unipolare" dell'ordine mondiale. L'Iraq prova che il modello della superpotenza non può offrire stabilità, sicurezza o la garanzia dei diritti umani, punti essenziali per ottenere il supporto dei 6 miliardi di persone che occupano questo pianeta. La rapida diffusione dei gruppi armati in Iraq, Afghanistan e ora Somalia fa presagire un confronto più ampio e violento tra le sovra-sfruttate legioni americane e i loro sempre più adattabili e letali nemici. La resistenza all'ordine imperiale si sta sollevando ovunque.

Gli Stati Uniti non hanno le risorse o il supporto pubblico per prevalere in un tale conflitto. Né hanno l'autorità morale per persuadere il mondo del merito della loro causa. Le azioni illegali dell'amministrazione Bush hanno galvanizzato la maggioranza delle persone contro gli Stati Uniti. Il paese è diventato una minaccia alle stesse libertà civili e ai diritti umani, con cui esso veniva identificato. C'è poco supporto popolare per imprigionare nemici senza accuse, per torturare sospetti con impunità, per rapire persone dalle strade di capitali straniere, o per invadere nazioni sovrane disarmate senza l'approvazione delle Nazioni Unite. Queste sono violazioni fondamentali del diritto internazionale, oltre che dei principi comuni di decenza umana.

L'amministrazione Bush difende le sue attività illegali come una parte essenziale del nuovo ordine mondiale; un modello di governance globale che permette a Washington di pattugliare il mondo secondo la sua discrezione. La grande maggioranza delle persone ha respinto questo modello e i sondaggi indicano chiaramente un supporto declinante per le politiche statunitense più o meno ovunque. Come ha fatto notare Zbigniew Brzezinski, consigliere alla sicurezza nazionale durante l'amministrazione di Jimmy Carter:

"Il potere degli Stati Uniti potrà essere maggiore nel 2006 che nel 1991, (ma) la capacità del paese di mobilitare, ispirare, puntare in una direzione condivisa - e di conseguenza modellare realtà globali - è significativamente declinata. Quindici anni dopo la loro incoronazione come leader globale, gli Stati Uniti stanno diventando una democrazia solitaria e timorosa in un mondo politicamente antagonista".

Gli Stati Uniti sono una nazione in fase di declino irreversibile; i suoi principi fondatori sono stati abbandonati e il suo centro di potere politico è una palude morale. La presidenza Bush rappresenta il il fondo etico della storia di questo paese. Ora gli Usa affrontano una battaglia, che dura da decenni, che coinvolgerà il Medio Oriente e l'Asia Centrale, conducendo alla rapida e prevedibile erosione del potere militare, politico ed economico degli States.

Questo non è il "nuovo secolo" che hanno immaginato Bush e i suoi compari.

Ci sono ancora degli irriducibili nell'amministrazione Bush che credono di star vincendo la guerra. Il vice-presidente Dick Cheney ha celebrato il "successo enorme" dell'occupazione dell'Iraq, ma si trova sempre più isolato nelle sue prospettive. Le persone ragionevoli concordano che la guerra è stata una catastrofe strategica e morale. Gli Usa hanno pagato un prezzo salato per la loro avventatezza, perdendo oltre 3.000 uomini in servizio e minando seriamente la propria posizione nel mondo. Una piccola composizione di guerriglieri iracheni ha dimostrato di poter frustrare gli sforzi dell'esercito meglio equipaggiato, meglio addestrato e più tecnologico sulla faccia della Terra. Hanno reso l'Iraq un pantano ingovernabile che, secondo gli standard della guerra asimmettrica, è la stessa definizione di successo.

E se invece i piani di Bush avessero avuto successo? E se l'oscura visione di "vittoria" fosse stata realizzata e gli Stati Uniti avessero soggiogato il popolo iracheno, controllato le sue risorse, e creato una "facciata araba" attraverso la quale l'amministrazione portare a termine le proprie politiche?

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