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Dal mondo

Vale la pena farsi ammazzare?

21.03.2007
 

Ogni anno ai premi di giornalismo della Royal Television Society è lo stesso. Prima che possano iniziare le pacche sulle spalle, c'è un momento di riflessione. La gente sta in piedi in silenzio, mentre i nomi dei giornalisti che sono stati uccisi nell'ultimo anno facendo il loro lavoro vengono proiettati su un grande schermo. Ogni anno lo stesso? Non questa volta. Alla cerimonia del mese scorso, i nomi continuavano ad apparire. Sembrava che per far scorrere i 138 ci volesse una vita.

La settimana scorsa, un rapporto dell'International News Safety Institute ha confermato che il bilancio delle vittime nel 2006 è stato il peggiore mai registrato. E nessuno sarà rimasto sorpreso nell'apprendere il nome del Paese con il record più tetro per i giornalisti.

Questo mese segna il quarto anniversario dell'inizio della Guerra in Iraq. In questi anni, per i reporter sul campo il paesaggio è cambiato al punto da essere irriconoscibile.
Forse ricorderete la frase che veniva messa alla fine del servizio di ogni corrispondente televisivo da Baghdad, quando il regime dispotico di Saddam Hussein era al suo apice: "Questo servizio è stato messo insieme sotto le restrizioni della censura irachena". Oggi, naturalmente, non c'è alcuna restrizione imposta dal governo (non c'è un gran che di governo degno di questo nome), ma i limiti a quello che i giornalisti possono fare, vedere, e dire sono maggiori in un modo inimmaginabile di quanto non fossero negli anni '90.

"E' così diverso, è come visitare un Paese diverso in un'epoca diversa. Non esiste la minima similitudine", dice John Simpson, della BBC.

"Sotto Saddam, venivi seguito in giro e facevano rapporto su di te – e lo sapevi – ma potevi andare a piedi dovunque, a qualsiasi ora della notte. Adesso, il pericolo di un sequestro, di un proiettile, o di una bomba collocata sul ciglio della strada limita talmente la capacità di scoprire cosa sta succedendo che bisogna chiedersi a volte se ne valga la pena".

C'è stato un breve momento, successivamente alla caduta di Saddam, in cui, con le parole di Simpson, "Pensavo che sarebbe stato Parigi nel 1944".

Tim Marshall, caposervizio esteri di Sky News, ricorda: "Quando è venuta giù la statua, io ero in Iraq, stavo andando in macchina dal sud verso nord. Per la prima volta in 20 anni potevi andare in giro, fare quello che volevi, parlare con chi volevi. Era così sorprendente non avere uno dei tipacci di Saddam che ti accompagnavano dappertutto".

Martin Fletcher del Times ricorda le sere fuori nei ristoranti e le feste nel "mini-palazzo" sfarzoso, con i pavimenti in marmo, che serviva da ufficio del suo giornale a Baghdad.
Ma c'erano già i segni premonitori. A pochi giorni dalla cacciata di Saddam, un uomo venne ucciso a colpi di arma da fuoco. "Allora non abbiamo dato molta importanza alla cosa – come fosse solo una di questo genere", dice Marshall. "Nessuno allora si era reso conto che avevano fatto piani per una rivolta dall'inizio. Avevano preparato tutto per questo momento".

Marshall è tornato a Baghdad. Pochi giorni fa, è uscito per mettere insieme i servizi per uno speciale "Iraq week" ["La settimana in Iraq" NdT] che va in onda fino a venerdì.
Non ci sono pavimenti in marmo nell'ufficio improvvisato di Sky. Lui e la sua squadra stanno in una ex abitazione privata circondata da alti muri e filo spinato. Alla fine della strada c'è un checkpoint governativo. Fuori dall'ingresso principale una guardia armata. Dietro di questa, un cane feroce.

"Siamo circondati su tre lati da metallo antiproiettile", spiega Marshall. Ma la TV ha bisogno delle immagini. Da un lato, il metallo non c'è, per fornire uno sfondo della città dietro a Marshall e agli altri corrispondenti di Sky News durante i loro collegamenti con Londra. "Andremo in diretta dal tetto. Ovviamente si diventa un po' più nervosi di notte quando si ha una forte luce addosso", dice Marshall.

Chiedete a qualsiasi giornalista che lavori da Baghdad, e dopo poche frasi sentirete parlare della loro "regola dei 10 minuti", a parte il fatto che i più coraggiosi o i più temerari la chiamano la "regola dei 20 minuti".

E' molto semplice. Per intervistare gli iracheni veri per strada, si arriva in macchina velocemente, si balza fuori rapidamente, si acchiappa quello che si può – poi si riparte di nuovo a gran velocità.

Simpson spiega: "Bisogna avere un qualche tipo di regola. Noi calcoliamo che 15 o 20 minuti sono all'incirca il tempo che occorrerebbe a qualcuno per fare una telefonata sul cellulare, dicendo: 'C'è un gruppo di occidentali che sta facendo riprese qui. Venite qui con un fucile e un paio di tizi, e li sistemeremo".

Le cose non sono diverse per i giornalisti della carta stampata. Robert Fisk dell'Independent era solito andare regolarmente all'obitorio di Baghdad per contare i corpi. Presto, gli uomini armati sono comparsi anche lì – per uccidere gli iracheni in lutto che erano venuti a prendere i loro parenti morti. Adesso Fisk si consente "appena il tempo sufficiente a contare i morti" prima di scappare.

Molti giornalisti decidono che non è abbastanza sicuro nemmeno acchiappare pochi minuti per strada.

Harriet Sherwood, caposervizio esteri del Guardian, dice che "molti organi di informazione non sono estremamente onesti su cosa è possibile fare in Iraq. Abbiamo appena avuto un corrispondente a Baghdad, e non ha potuto lasciare il suo hotel. E' un reporter con molta esperienza, ma questa era la prima volta che era a Baghdad, dove ha avuto semplicemente la sensazione che fosse impossibile andare in qualunque posto".
La Sherwood non ha assolutamente alcuna critica da fare a un reporter che decida che è troppo pericoloso avventurarsi fuori. Un anno e mezzo fa, alcuni sciiti armati hanno sequestrato il suo corrispondente Rory Carroll, trattenendolo per 36 ore.

Subito dopo, il Guardian ha chiuso il suo ufficio di corrispondenza a Baghdad. Oggi, solo la BBC e il Times mantengono una presenza permanente in Iraq – e il Times ha appena perduto i suoi due giornalisti di punta in Iraq (anche se felicemente perché sono andati a lavorare per giornali americani piuttosto che per qualsiasi cosa di più sinistro). Nessun organo di informazione manderebbe adesso in Iraq un corrispondente che non ci sia stato prima. E, cosa che non sorprende, ci sono sempre meno giornalisti disposti ad andare nel Paese.

Per quelli che ci vanno, esistono due possibili soluzioni ai pericoli, e nessuna delle due è molto soddisfacente: o l'"embedding" con le forze armate americane o con quelle britanniche, oppure utilizzare giornalisti e fixer [tuttofare locali che aiutano i giornalisti stranieri a svolgere il loro lavoro NdT] iracheni perché vedano e ascoltino al loro posto.

Di conseguenza, molti elementi vengono raccolti attualmente al telefono dalle stanze di hotel – una cosa di cui Fisk si rammarica.

"Il problema del giornalismo da hotel al cellulare è che lo si potrebbe fare praticamente dalla Contea di Mayo [una contea sulla costa occidentale dell'Irlanda NdT] o dal Gloucestershire. Per questo non c'è bisogno di andare a Baghdad, vero?"

Ne deriva che è praticamente impossibile andare sotto la superficie della storia, raccontare il lato umano degli eventi che stanno facendo a pezzi il Paese.
Come dice Fisk: "La tragedia per Il giornalismo è che non puoi mantenere il potere di quello che scrivi se non hai la libertà di vedere ciò di cui stai scrivendo".

Così, l'attacco suicida al bordo della strada di oggi assomiglia molto in superficie a quello di ieri – e probabilmente riceverà meno spazio sui giornali e minuti in televisione.
C'è una espressione di cattivo gusto che si sentiva dire nelle redazioni TV: "Se sanguina, fa notizia". Non è più vera, perché notizia significa raccontare alla gente cose nuove. Perdonate il gioco di parole, ma un servizio su un attentato suicida in Iraq è una affermazione di ovvietà in termini di fatti di sangue.

Dice la Sherwood: "Sono molto consapevole del fatto che sulle morti in Iraq si sta creando un livello di saturazione. Certamente vengono 'coperte' meno di una volta".
In pochi hanno dubbi che la battaglia non farà che diventare più difficile.
La Sherwood aggiunge: "La storia di quello che sta accadendo in Iraq è la più importante del nostro tempo, ma non credo che valga la pena che i giornalisti vengano uccisi per raccontarla".

di Vincent Graff (The Guardian)

Traduzione a cura di Ornella Sangiovanni per Osservatorio Iraq


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