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Una politica fallimentare

20.08.2006
 
Una politica fallimentare

Le guerre dell'Afganistan dell'Iraq e del Libano e le crisi della Palestina e dell'Iran hanno dimostrato che la politica dell'amministrazione Bush in Medio Oriente e nel Golfo Persico è fallimentare. L'amministrazione può sostenere di avere vinto le tre guerre, in prima persona in Afganistan e in Iraq, tramite Israele in Libano, e di avere le due crisi sotto controllo. Ma nella sostanza ha perso su tutti i fronti: in Afganistan i talebani hanno rialzato la testa, l'Iraq è in preda alla guerra civile, Hezbollah ha umiliato Israele nel Libano, Hamas domina in Palestina e l'Iran continua sulla sua strada.

L'amministrazione, che voleva esportare la democrazia nel mondo arabo, prima con le guerre preventive poi con le elezioni, ha ottenuto il risultato opposto: ha rafforzato il radicalismo islamico e anziché spegnere il terrorismo lo ha rinfocolato. Questo fiasco è figlio della cecità ideologica e della ignoranza della storia. Secondo il presidente Bush, tutti i predecessori - il padre incluso - hanno seguito la politica sbagliata: a suo parere, la mediazione e l'equidistanza, tra israeliani e palestinesi in primo luogo, non ha prodotto che dittature sia in Medio oriente che nel Golfo persico. Basta spezzare i perversi equilibri esistenti, afferma Bush, e sulle rovine delle dittature fioriranno le democrazie: l'Iraq in particolare diverrà un faro di civiltà per tutta la regione.

Ma il presidente si scorda che la presunta politica sbagliata portò frutti copiosi: a esempio la pace tra Israele da una parte e la Giordania e l'Egitto dall'altra; oppure quella road map che avrebbe normalizzato i rapporti tra israeliani e palestinesi se lui avesse insistito che fosse applicata. Al contrario, la sua strategia d'urto ha causato in genere instabilità e perdite di vite umane. E' ora che la politica dell'amministrazione Bush in Medio oriente e nel Golfo persico cambi, si riallacci a quella dei predecessori. E poiché i falchi che l'hanno concepita e la eseguono non vogliono, tocca agli elettori americani fargliela cambiare.

L'occasione buona c'è: sono le elezioni congressuali del prossimo novembre. Se tra poco più di due mesi i repubblicani, i “neocon” innanzitutto, subissero una stangata elettorale, l'amministrazione non potrebbe continuare con le guerre preventive e l'esportazione della democrazia. Bush dovrebbe ispirarsi ai predecessori, il padre, Reagan, e i democratici Carter e Clinton. Non sarebbe la bacchetta magica, ma segnerebbe una svolta per il meglio: l'amministrazione otterrebbe subito gli appoggi che - giustamente - le sono sinora mancati, dall'Ue, dall'Onu, dalla Russia, dai paesi arabi moderati. Il clima diverrebbe più disteso, e i dialoghi interrotti riprenderebbero.

C'è da augurarsi che gli elettori americani seguano con un impegno maggiore del consueto gli eventi in Medio oriente e nel Golfo persico - specialmente in Libano e in Iran - nei prossimi due mesi. Nessuno nella regione può permettersi altre guerre, e nessuno deve perdonare all'amministrazione Bush un eventuale nuovo ricorso alla forza. Il ritorno alla diplomazia non è una resa al terrorismo né un tradimento è solo la scelta di un mezzo più efficace per la stabilità e la pace. Il terrorismo sarà sconfitto dal di dentro quando i paesi arabi lo vorranno. Occorre convincerli, non bombardarli.

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