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Veleni nucleari: il commercio mortale

12.12.2006
 
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Veleni nucleari: il commercio mortale

L’assassinio di Alexander Litvinenko con il polonio 210 ha fatto grande scalpore in tutto il mondo. Ha anche sollevato domande inquietanti riguardo agli agenti segreti russi ed al letale e crescente mercato nero di scorie nucleari.

Non somigliava proprio ad un caso di spionaggio internazionale. Il giorno in cui fu avvelenato, Alexander Litvinenko, ex spia russa, lo aveva passato discorrrendo di calcio, corse di cani e, come si fa nel suo Paese adottivo, del tempo.

A metà pomeriggio circa Litvinenko si era incontrato con Dmitry Kovtun e Andrei Lugovoi, due uomini d’affari russi che dicono che Litvinenko non bevve nulla mentre era con loro. Poco dopo Kovtun lasciò l’ingresso del Millennium Hotel a Grosvenor Square (Londra) per recarsi più a nord a guardare la partita CSKA Mosca contro l’Arsenal. Litvinenko tornò a casa sotto la pioggerellina di Muswell Hill. Il suo tragitto è stato ripreso da alcune telecamere a circuito chiuso che hanno fornito sgranati filmati tuttora sotto lo scrutinio di Scotland Yard.

Non si sarebbero mai più incontrati. Ancor prima del fischio finale Litvinenko si sentì strano. Il giorno dopo chiamò Kovtun per cancellare il loro incontro. Si sentì peggio. Il 43enne dissidente russo non aveva idea che stava per morire, né poteva pensare di essere stato vittima di quello che potrebbe essere uno dei più elaborati assassinii politici di tutti i tempi, un omicidio mai visto sul suolo britannico, orchestrato con tale audacia da sbigottire persino i più esperti investigatori di Scotland Yard.

Per gli inquirenti questo promette di essere uno dei più sorprendenti e diplomaticamente intriganti casi nella storia della polizia londinese. Un paio di giorni dopo che Litvinenko morì diventando il primo essere umano ucciso con un raro, potente e tossico materiale radioattivo chiamato polonio 210, le indagini si sono spostate migliaia di miglia ad est, nei vasti territori all’interno delle steppe russe, in modo particolare tra i resti arrugginiti del commercio nucleare sovietico e del suo fiorente mercato nero di materiali radioattivi.

La grande difficoltà di acquistare il polonio 210 ha, per ora, spostato l’interesse sugli scienziati governativi al lavoro in laboratori di ricerca russi e nei grandi impianti di rielaborazione nucleare. Secondo la (IAEA) Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ottenere quel tipo di materiale necessiterebbe di un livello di accesso altissimo, a cui soltanto gli individui più introdotti, forse addirittura sponsorizzati dal governo stesso, potrebbero arrivare.

Un rappresentante delle Nazioni Unite, esperto nel commercio di materiale nucleare, asserisce che il livello di sofisticazione richiesto per poter utilizzare il velenosissimo polonio come arma del delitto significa che l’omicidio non può essere stato commesso da un solo individuo, magari un pazzoide con un vecchio conto in sospeso da soddisfare. Tale è la difficoltà di procurarsi materiale radioattivo che soltanto qualcuno molto abile e con conoscenze potenti avrebbe potuto farlo. E chiunque esso o essi siano, hanno potuto procurarsene un quantitativo tale da assicurarsi che i dottori ne avrebbero scoperto una “dose massiccia” nel fragile, emaciato corpo di Litvinenko.

Questo materiale, sostengono gli esperti, avrebbe potuto arrivare soltanto dalle grosse strutture nucleari dell’ex Unione Sovietica, dove, durante il collasso dell’impero, la sicurezza era spesso sacrificata. Il polonio può solo essere estratto da tali impianti di rielaborazione o da simili, complessi impianti di ricerca nucleare. Non si può certo comprare dalla malavita locale.

Ci si aspetta che le Nazioni Unite inizino presto ad investigare da quale degli impianti di rielaborazione nucleare può essere derivato il polonio 210 che distrusse gli organi interni dell’esiliato russo.

Il primo sarà l’impianto principale di Krasnoyarsk, 600 chilometri ad est di Tomsk, un’imponente e remota struttura nota per la contaminazione radioattiva dei più grandi fiumi siberiani. Nonostante i funzionari delle Nazioni Unite ne siano scettici, si pensa che il materiale potrebbe essere stato procurato attraverso il mercato nero, infatti la polizia inglese, d’accordo con l’IAEA, sta ipotizzando che il raro isotopo potrebbe arrivare proprio dal fiorente mercato clandestino di materiale radioattivo.

Dopo tutto, negli ultimi 15 anni, la polizia russa ha intercettato contrabbandieri nell’atto di trafugare quel tipo di materiale radioattivo fuori dal Paese. Nel 1999 un ufficiale fu “pescato” mentre cercava di passare il confine tra il Kazakistan e l’Uzbekistan portandosi una capsula di vetro etichettata “RA 23-54” ed un barattolo metallico coperto da una lamina di piombo. Sotto interrogatorio ammise che conteneva una mistura radioattiva di polonio e berillio, usato in Russia per innescare reazioni a catena. Aveva rubato il materiale dal cosmodromo di Baikonur, dove lavorava, con l’intenzione di venderlo in Uzbekistan. Altri casi simili riguardavano il furto di numerosi barattoli di polonio 210 da un centro di ricerca di Sarov, chiamato Istituto Russo di Ricerca sulla Fisica Sperimentale, un esteso complesso conosciuto come la Los Alamos russa.

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