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Cina: dietro il boom c'e' ancora una violenta lotta ideologica

08.06.2006
 
Cina: dietro il boom c'e' ancora una violenta lotta ideologica

Un editoriale comparso sul Quotidiano del popolo di Pechino, da anni la voce del Partito comunista cinese, ha spalancato gli occhi ai sinologi che da molto tempo si arrovellavano per capire quanto dell'aspetto esteriore del boom capitalistico della Cina rappresentasse gli umori e le convinzioni dell'intero partito e quanto forte fosse l'opposizione al suo interno. Molti sospettavano che la dialettica interna per un balzo in avanti tanto spiccato verso l'ideologia capitalista avesse subito scossoni, ma non c'era mai stato nulla di ufficiale che lo confermasse.

L'editoriale del Quotidiano del popolo, ai loro occhi, cancella ogni dubbio e conferma l'idea che una lotta, e anche molto dura, ci deve essere stata. L'editoriale, firmato con uno pseudonimo che costituisce un elegante gioco di parole per Dipartimento della Propaganda, è considerato da qualche analista e da sinologi esperti addirittura opera dello stesso presidente Hu Jintao o comunque da lui letto, rivisto e autorizzato. Il titolo, tipico della terminologia politica cinese, ricorda quelli dei tempi d'oro: “Proseguire senza ondeggiare lungo la strada delle riforme”, senza lasciare alcun dubbio sul fatto che sia obbligatorio andare diritti o minimamente allontanarsi, dopo 28 anni di riforme economiche. Ma se viene lanciato un ordine tanto perentorio, spiegano i sinologi, un motivo c'è di sicuro, come c'è sempre stato in passato: vuol dire che qualcuno all'interno del partito sta mettendo in dubbio l'ortodossia comunista.

Lo si capisce anche dal fatto che l'articolo fa velati ma chiari riferimenti alle obiezioni della sinistra conservatrice del partito, perché si parla di paure di un crescente divario fra i ricchi e i poveri. Chi segue la vita del Paese da vicino sa che decine di milioni di cinesi, soprattutto i contadini delle enormi aree rurali, gli operai delle città industriali e i disoccupati sono in numero crescente disillusi dalla portata di tanto decantate riforme che sul loro tenore di vita non si riflettono. E si intuiscono addirittura esplosioni di nostalgia per i cari vecchi tempi del presidente Mao Zedong “quando eravamo tutti ugualmente poveri”. Nella Cina di Hu, se ne può almeno parlare, ed ecco che Zuo Dapei, economista sinistrorso dell'Accademia cinese di scienze sociali può dichiarare al Times: “Ritengo che le riforme siano andate ben oltre la capacità di sopportazione delle masse”. Zuo può avere ragione al punto da confortare la tesi più diffusa dei sinologi: le pressioni dei conservatori devono essere fortissime, perché un editoriale-proclama di questo tipo è sempre arrivato solo quando la polemica era arrivata al calor bianco.

E sempre, quando la leadership decide di fare una precisazione del genere, il monito è: si fa così e basta e te lo dico pubblicamente, e basta con le opposizioni quotidiane dietro le quinte e nelle riunioni di partito. È chiaro che la polemica ha infuriato per mesi se si mette nel contesto generale della valutazione anche l'episodio della legge sulla proprietà: doveva entrare in vigore in marzo, ma saltò all'ultimo momento quando un accademico, anche solo relativamente noto, si accorse che violava i principi del marxismo. Se ne uscì pubblicamente con l'accusa ai legislatori che la nuova legge il cui scopo era quello di garantire ai beni dei cittadini comuni di “dare la stessa importanza all'automobile di un ricco e al bastone del mendicante”. Ma quante possibilità ci sono che le pressioni dei critici all'interno del partito mettano a repentaglio l'attuale politica economica cinese? “Nessuna - assicura Li Fan, direttore del World and China Research Institute di Pechino -. Il dibattito è stato feroce. Questo monito è la sua conclusione”.

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