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Scienza

Cambio climatico: Il calore aumenta

31.10.2006
 
Pagine: 12
Cambio climatico: Il calore aumenta

Per la maggior parte della sua storia, il nostro pianeta è stato molto freddo, per i nostri standard, o molto caldo. Cinquanta milioni di anni fa non c’era ghiaccio ai poli e i coccodrilli vivevano nel Wyoming. Diciotto milioni di anni fa c’era ghiaccio spesso due miglia in Scozia e, a causa delle dimensioni delle lastre di ghiaccio, il livello del mare era 130 metri più basso di oggi.

Gli studi sugli strati profondi del ghiaccio mostrano che in alcuni luoghi cambiamenti drammatici sono accaduti in tempi molto rapidi: le temperature sono aumentate di circa 20°C in una decina d’anni. Poi, 10.000 anni fa, le fluttuazioni selvagge di temperatura si sono arrestate e il clima si è assestato sulle temperature miti di cui il mondo ha goduto finora. Più o meno in questo periodo, forse per una coincidenza, o forse no, il genere umano ha cominciato a progredire.

I gas serra creati dall’uomo ora minacciano questa stabilità. Il cambiamento del clima è complicato e incerto, ma, come spiega la nostra inchiesta di questa settimana, il calcolo di fondo rispetto alla direzione di tale cambiamento è ragionevolmente corretto. Si prevede che la temperatura media globale aumenti tra 1,4°C e 5,8°C durante questo secolo. Il livello inferiore di questo intervallo renderebbe la vita meno confortevole nelle aree settentrionali e un po’ meno piacevole in quelle meridionali. Qualsiasi mutamento al di sopra di tale livello potrebbe portare a catastrofici aumenti del livello del mare, all’incremento del numero di eventi climatici “estremi” come uragani, piogge torrenziali e siccità, abbattendo la produzione agricola e, forse, producendo carestie e migrazioni di massa.

Nessuno è in grado di dire cosa sia più probabile, dato che il clima è un sistema di complessità pressoché infinita. Predire quanto più caldo renderà il mondo un determinato livello di anidride carbonica è impossibile. Non è soltanto che l’effetto specifico dei gas serra sulla temperatura è poco chiaro. È anche che il riscaldamento ha incalcolabili effetti indiretti. Può destabilizzare i meccanismi di raffreddamento (per esempio le nuvole che bloccano la luce del sole) o quelli di riscaldamento (fondendo i terreni in cui sono congelati i gas serra, per esempio). Il sistema potrebbe autoregolarsi oppure sfuggire dal controllo umano.

Quest’incertezza è l’elemento centrale della difficoltà ad affrontare il problema. Dal momento che i costi del cambiamento climatico sono sconosciuti, i benefici dei tentativi di prevenzione sono, per definizione, incerti. In più, se tali tentativi produrranno benefici, questo avverrà da qualche parte nel futuro. Dunque è davvero corretto usare le risorse pubbliche di oggi per prevenire un incerto, distante rischio, specialmente pensando che quel denaro potrebbe essere speso, invece, in beni e servizi che portano vantaggi misurabili e a breve termine?

Se il rischio è grande abbastanza, la risposta è sì. I governi lo fanno sempre. Spendono una piccola porzione delle entrate fiscali per mantenere gli eserciti, non perché ritengono che le loro nazioni siano a rischio di imminente invasione ma perché, se succedesse, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Anche gli individui lo fanno. Spendono una piccola parte delle loro entrate in assicurazioni sulla casa non perché pensino che andrà a fuoco la settimana successiva ma perché, se succedesse, i risultati sarebbero disastrosi.

Allo stesso modo, un numero crescente di dimostrazioni scientifiche sostiene che i rischi di una catastrofe climatica sarebbero abbastanza elevati per il mondo intero da spingere a destinare una piccola parte delle proprie risorse per cercare di evitarlo.

La porzione di risorse globali che dovrebbe essere spesa per controllare le emissioni probabilmente non è enorme. Il costo differenziale tra l’energia derivante da combustibile fossile e quella derivante da qualche fonte alternativa è già basso, e presumibilmente scenderà ancora. Anche gli economisti che cercano di definire il costo del limitare le concentrazioni di anidride carbonica a 550 parti per milione o al di sotto di questo livello (il livello attuale è 380ppm, l’obiettivo di 450ppm è considerato ambizioso e 550ppm un livello con cui si può convivere) si scontrano con l’incertezza.

Alcuni modelli ritengono che non ci sarebbero costi; altri che le risorse globali potrebbero diminuire di circa il 5% entro la fine del secolo se non si prevedono tentativi di controllare le emissioni. Ma la maggior parte delle stime si attestano su una percentuale di diminuzione degli introiti globali inferiore all’1%.

Gli aspetti tecnologici ed economici del problema sono, quindi, una sfida minore di quanto molti immaginano. La vera difficoltà è politica. Il mutamento climatico è uno dei maggiori problemi in termini di politiche pubbliche che il mondo si sia mai trovato ad affrontare. Dato che si tratta di un problema globale, ciascuna nazione ha interesse nel fare in modo che siano tutte le altre nazioni a farsi carico dei costi per affrontarlo. Dato che si tratta di un problema a lungo termine, ciascuna generazione ha interesse nello scaricare la responsabilità su quella successiva. Ragionando in questo modo, nessuno farà nulla.

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