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Scienza

Mega city shock

29.11.2006
 
Pagine: 12
Mega city shock

L'anno prossimo segnerà una pietra miliare nella storia dell'epopea umana, simile per importanza all'era dell'agricoltura e della rivoluzione industriale. Per la prima volta, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, la maggior parte degli abitanti del Pianeta vivrà in vaste aree urbane, prevalentemente in megacittà e in grandi sobborghi, con popolazioni di 10 milioni o più.

È l'avvento dell'"Homo Urbanus". Milioni di persone ammassate e stipate una sopra l'altra in gigantesche metropoli costituiscono un fenomeno nuovo. Ricordiamoci che due secoli fa, un uomo medio, su tutta la faccia della Terra, poteva incontrare al massimo 200 o 300 suoi simili nel corso di un'intera vita. Oggi, invece, un abitante di New York può vivere e operare fra 220 mila persone in un raggio di dieci minuti da casa o dal proprio ufficio nel centro di Manhattan. Soltanto una città in tutta la storia, l'antica Roma, vantava una popolazione di oltre un milione di abitanti prima del XIX secolo. Londra divenne la prima metropoli moderna con più di un milione di abitanti solo nel 1820. Nel 1900 esistevano 11 città con una popolazione superiore al milione; nel 1950, salirono a 75; nel 1976, a 191.

Oggi, sono 414 le città che vanno oltre il milione e non s'intravede la fine del processo di urbanizzazione poiché la nostra specie sta crescendo a un ritmo allarmante. Ogni giorno, nel mondo, nascono 376 mila persone e si prevede che l'intera popolazione umana salirà a 9 miliardi nel 2042, concentrata per lo più in aree urbane ad alta densità demografica. Fino a quando la nostra specie ha dovuto basarse la propria esistenza sul sole, i venti e le correnti, sull'energia animale e umana, il numero degli abitanti del pianeta è rimasto relativamente basso, in modo da adattarsi alle possibilità di sostegno della natura, ovvero alla capacità della biosfera di riciclare i rifiuti e rinnovare le risorse.

La svolta avvenne con l'esumazione di grandi quantità di sole immagazzinato, dapprima nella forma di giacimenti di carbone, poi di petrolio e gas naturale sotto la superficie della Terra. Sfruttati grazie alla macchina a vapore e in seguito al motore a combustione interna e convertiti in elettricità e distribuiti attraverso reti apposite, i carburanti fossili permisero all'umanità di escogitare nuove tecnologie che accrebbero sensibilmente la produzione di cibo e di beni e servizi industriali.

Quest'incremento senza precedenti di produttività portò alla massiccia crescita della popolazione e all'urbanizzazione su scala mondiale. Non stupisce perciò se nessuno sa dire con certezza se questo nuovo sistema di vita debba essere esaltato, deprecato o riconosciuto semplicemente come un dato di fatto, dal momento in cui il nostro boom demografico e il nostro stile di vita urbano sono stati pagati al prezzo dell'esaurimento di vasti habitat ed ecosistemi terrestri.

Uno storico della cultura come Elias Canetti ha osservato una volta che ciascuno di noi è un re assiso su un campo di cadaveri. Se ci fermassimo un attimo a riflettere su quante creature, risorse e materie prime abbiamo sfruttato e distrutto nel corso della nostra vita, rimarremmo sgomenti di fronte alla carneficina e alle devastazioni richieste per garantire la nostra sopravvivenza. Il fatto è che vaste popolazioni concentrate in grandi metropoli consumano massicce quantità di energia terrestre per mantenere le loro infrastrutture e assicurare il flusso quotidiano delle loro attività.

Per avere un'idea più concreta, basti pensare che la sola Sears Tower a Chicago, uno dei più alti grattacieli del mondo, consuma in un giorno più elettricità della città di Rockford, nell'Illinois, con i suoi 152 mila abitanti. Ancor più stupefacente è che la nostra specie consuma attualmente il 40 per cento circa della produzione primaria netta della Terra - la quantità netta di energia solare convertita in materia organica vegetale attraverso la fotosintesi - sebbene noi costituiamo soltanto lo 0,50 per cento della biomassa animale del Pianeta. Ciò significa lasciare meno risorse a disposizione delle altre specie.

L'altra faccia dell'urbanizzazione è rappresentata da quel che ci lasciamo dietro nel nostro cammino verso un mondo fatto di uffici e abitazioni in palazzi altissimi e di paesaggi di vetro, cemento, luci artificiali e reti telematiche. Non è un caso se mentre celebriamo l'urbanizzazione del mondo, ci stiamo avvicinando a un altro spartiacque storico: la scomparsa della natura selvaggia continuamente invasa, fino al rischio di estinzione, dalla popolazione in aumento, dal consumo crescente di cibo, acqua e materiali da costruzione, dall'espansione delle reti stradali e ferroviarie e dalla crescita incontrollata delle città. Gli scienziati ci dicono che nell'arco di vita dei nostri figli, le regioni selvagge saranno cancellate dalla faccia della Terra dopo milioni di anni.

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