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Scienza

Contro il tumore bisogna "affamare" le cellule pazze

17.01.2007
 

Nella guerra al tumore c'é un'arma semplice quanto efficace: togliere il 'cibo' alle cellule malate, e farle 'morire di fame'. E' proprio su questa idea che si basa una delle ricerche di punta del Molmed, una compagnia biotecnologica privata nata da una 'costola' dell'Università Vita-Salute e dell'Ospedale San Raffaele di Milano, fondata dall'attuale presidente Claudio Bordignon.

"Alla base di ogni tumore ci sono meccanismi che trasformano la cellula sana in una cellula tumorale - spiega Bordignon - e che la rendono capace di crescere in maniera incontrollata. Questi meccanismi possono essere molto diversi tra loro, tanto che ce ne sono diverse centinaia, forse migliaia".

Preparare terapie mirate per ciascuno di questi meccanismi, continua il professore, "é uno sforzo titanico: già mettere a punto una singola terapia è molto difficile, quasi impensabile. Si rischia che tutti i tumori, visti dal punto di vista molecolare, diventino malattie orfane", malattie cioé talmente diverse da loro da richiedere cure estremamente selettive.

La soluzione a questo problema, continua Bordignon, è quindi colpire non soltanto la cellula tumorale, ma anche quelle condizioni che permettono al tumore di crescere. "I tumori solidi, che sono la stragrande maggioranza, non possono sopravvivere se non hanno sistemi per ricevere il nutrimento attraverso i vasi sanguigni. E' il tumore stesso a favorire la formazione di questi vasi, e vengono prodotti quasi allo stesso modo anche tra i più diversi tipi di tumore".

Al Molmed, insomma, i ricercatori hanno individuato qualcosa che accomuna tra loro i tumori più diversi, e che è indispensabile alla loro sopravvivenza: bloccare questo meccanismo potrebbe voler dire bloccare la malattia alla radice. "Il nostro approccio - prosegue il presidente - è creare piccole porzioni di proteine, i peptidi, capaci di attaccarsi solo sui vasi sanguigni del tumore. Questi peptidi hanno una doppia azione: da una parte rendono i vasi più facilmente aggredibili dalla chemioterapia, dall'altra sono essi stessi tossici e uccidono le cellule del vaso".

Questa idea, nata 6- 7 anni fa all'università San Raffaele, è già stata testata sia in laboratorio sia su modelli animali. Attualmente i ricercatori stanno per concludere la prima delle quattro fasi di sperimentazione clinica, e contano di iniziare la seconda già tra qualche mese.

Ma, anche se i risultati preliminari sono molto incoraggianti, conclude Bordignon, è ancora presto per parlare di una cura efficace.

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