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Russia

Una sicurezza multilaterale alla base di un nuovo ordine mondiale

13.03.2007
 
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Una sicurezza multilaterale alla base di un nuovo ordine mondiale

Nell’ottobre del 1986, quello che sembrava un mero colloquio preliminare tra i capi di stato delle allora due grandi superpotenze, Ronald Reagan e Mikail Gorbaciov, si trasformò presto in un incontro dalla portata storica, che portò l’umanità alle soglie di un disarmo nucleare totale.

L’incontro precedente, tenutosi nella capitale islandese Reykjavik, era stato un fallimento, e si era concluso senza neanche sfiorare il concetto di disarmo: gli americani e i sovietici certo si accordarono per una drastica riduzione delle testate da lì a un decennio, ma l’intesa venne compromessa quando Reagan insistette nel voler mantenere il sistema missilistico di difesa SDI (Strategic Defense Initiative), conosciuto anche come Star Wars.

Anche se il mondo perdeva l’opportunità di lasciarsi defnitivamente alle spalle l’abisso nucleare, l’incontro non risultò tuttavia del tutto inutile. Poco più di un anno dopo, dalle fondamenta di rispetto e fiducia gettate a Reykjavik, Ronald Reagan e Mikail Gorbaciov firmarono il Trattato INF (Intermediate Nuclear Forces Treaty) che portò alla completa eliminazione di due intere classi di missili nucleari (a raggio medio e corto) e all’introduzioni di rigide ispezioni internazionali sul proprio territorio, che mutarono per sempre il punto di vista mondiale sul controllo delle armi e il disarmo.

Conservo un ricordo nitido di quei giorni. Come ufficiale dei marines, partecipai alla prima squadra assegnata alla On-Site Inspection Agency, col compito principale di dare attuazione al Trattato INF. Nel giugno del 1988, neanche sei mesi dopo la firma del trattato, ebbi l’onore di partecipare alla prima ispezione come membro di un gruppo inviato in un impianto sovietico di produzione missili, alla periferia di Votkinsk. Nei due anni successivi ho contribuito a un nuovo capitolo della storia del controllo degli armamenti, supervisionando l’installazione di un impianto di monitoraggio all’esterno di uno stabilimento che aveva prodotto missili a raggio medio (SS-12 e SS-20) e stava ancora producendo il modello SS-25 (missile intercontinentale con testate multiple e veicolo di lancio costituito da un autocarro).

Oltre ad assicurarci che i sovietici rispettassero l’accordo a loro volta (come gli americani, anch’essi monitoravano un centro nella città di Magna, nello Utah, dove erano stati prodotti i missili Pershing II), il nostro lavoro a Votkinsk, e ovunque altrove, facilitò un’intesa più ampia e profonda tra due superpotenze che, prima del Trattato INF, si erano giurate distruzione reciproca. La condivisione di un sistema comune di ideali e valori umani consentì di superare le barriere create dalla diffidenza e dalla villania tipiche degli anni della Guerra Fredda.

Il Trattato INF condusse ad ulteriori iniziative di disarmo; un esempio è quello del START (Strategic Arms Reduction Treaty – Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche), che prevedeva limiti al numero di armi e mezzi di cui ogni fazione poteva dotarsi. In seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, questo accordo iniziò a regolare gli arsenali nucleari della Russia e delle altre repubbliche.

Quando il presidente George W. Bush, nel giugno del 2001, fissò negli occhi il presidente russo Vladimir Putin e “comprese la sua anima”, avrebbe dovuto guardare meglio. Sebbene i due leader se la intendessero sul piano personale, il loro primo incontro venne compromesso a causa della preoccupazione russa sull’espansione della NATO e delle mire Usa verso uno scudo missilistico difensivo. La firma del Trattato di Mosca, nel giugno del 2003, avrebbe dovuto consentire a Bush di conoscere meglio la suscettibilità del leader russo.

Mentre il presidente Usa parlava di un accordo “fondato sul rispetto reciproco e un impegno comune per un mondo più sicuro”, le aree critiche di interesse russo (l’espansione della NATO e il sistema missilistico di difesa americano) venivano considerate solo in modo vago, costringendo così gli Stati Uniti a garantire ai russi di non provare alcuna ostilità rispetto al loro paese.

Oggi l’anima di Putin è più che mai tetra. Pur avendo investito un certo capitale politico nell’avvicinarsi alla politica di Bush – sperando, in questo modo, di dare nuova linfa alla relazione Russia-Stati Uniti – Putin non solo ha fallito nel raggiungimento di accordi fondamentali, ma ha visto incrinarsi lo stato di sicurezza della sua nazione a causa dell’“unilateralismo” americano. Sin dall’inizio della relazione tra Bush e Putin, i russi hanno sempre mostrato una discreta prudenza verso la tendenza unilaterale americana.

L’uscita Usa dall’Anti-Ballistic Missile Treaty (2001), l’invasione dell’Iraq (2003), l’espansione della NATO fino ai confini della Russia (2004), hanno messo a dura prova la pazienza e la credibilità del leader russo. La politica di ferro condotta dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iran nel 2005 ha aggravato la frizione tra i due paesi – anche se ciò che sembra essere stata l’ultima goccia è stato l’annuncio americano, nell’ottobre del 2006, di voler costruire una grande base missilistica sia in Polonia sia in Repubblica Ceca.

Putin aveva tollerato la decisione presa dall’amministrazione Bush di ritirarsi dall’Anti-Ballistic Missile Treaty, notando che, nonostante non fosse una buona scelta, non era neanche una minaccia diretta contro la Russia. Però l’audacia nei confronti dell’unilateralismo americano e dell’espansione della NATO ha indebolito la sua posizione a Mosca.

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