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Italia

Italian Metal Jacket

15.03.2007
 

Un volume di operazioni finanziarie quantificato in oltre un miliardo e cento milioni di euro. E’ il triste piazzamento (al settimo posto) nella classifica mondiale dei Paesi che ne fabbricano di più. E’ la fotografia dell'Italia che produce. Purtroppo, però, si tratta di armi, un'industria fiorente, quella che sforna pistole, mitra e kalashnikov in tutto il mondo: si stima che la spesa militare complessiva abbia superato di quindici volte quella destinata ogni anno agli aiuti umanitari.

Un mercato globale che coinvolge ormai ogni continente: se Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Germania coprono l'82 per cento delle esportazioni mondiali, fanno ormai parte dell'elenco delle prime cento industrie armiere del pianeta aziende brasiliane, sud-coreane, indiane, sudafricane e di Singapore. Complessivamente, alla fine di quest'anno, la spesa militare raggiungera' la cifa senza precedenti di oltre 1000 miliardi di dollari. Superiore perfino a quella (record) registrata negli anni 1977- 1978, in piena guerra fredda. Il risultato? Un morto al minuto vittima di arma da fuoco, otto milioni di armi prodotte ogni anno e così tante pallottole da essere sufficienti ad uccidere l'intera umanità. Due volte.

Una montagna di denaro che fa gola a molti. Anche in Italia. D'altra parte, il nostro Paese è da sempre un grande produttore di armi. Ma ha anche, storicamente, una delle legislazioni più avanzate in tema di traffico di armi. 0 forse l'aveva e non l'ha più? Già, perché l'Italia - un anno fa - ha modificato la propria legislazione in materia di commercio di armi sul territorio nazionale.

Nella legge n'49 del 21 febbraio 2006 (che disponeva "misure urgenti per garantire la sicurezza e i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali di Torino") il governo Berlusconi fece inserire, infatti, una norma che modificava un vecchio regio decreto del 1931, nel quale si vieta la raccolta e la detenzione senza licenza ministeriale di armi da guerra, munizioni, uniformi militari e altro equipaggiamento analogo. Oggi, recita la legge, "con la licenza di fabbricazione sono consentite le attività commerciali connesse e la riparazione delle armi prodotte". Tradotto: la licenza di fabbricazione non consente solo di produrre le armi, ma anche di venderle e ripararle se di seconda mano.

Una piccola rivoluzione per gli industriali armieri, tanto che alcune tra le più importanti aziende del settore - compreso il colosso austriaco Glock - starebbero ipotizzando di aprire proprie "filiali italiane”. Un bel regalo, però anche per Ugo Gussalli Beretta, proprietario dell'omonima azienda di Gardone Val Trompia. Il maggior produttore italiano di pistole e il fornitore della stragrande maggioranza delle armi in dotazione alla Polizia di Stato. Un amico personale di Silvio Berlusconi e un fervente sostenitore di Forza Italia che da qualche anno si deve difendere dall'accusa di aver contribuito a foraggiare la guerriglia irachena.

Secondo i pm di Brescia che indagano sulla vicenda, le cose sono andate così: nel febbraio del 2003 il ministero dell'Interno aveva ceduto alla fabbrica bresciana 44.926 pistole Beretta 92S (classificate come "fuori uso" ma spesso perfettamente funzionanti). Una vera e propria svendita a prezzi stracciati: 10 euro al pezzo. Giustificazione ufficiale: "Sono rotte”. La ditta di Gardone Valtrompia le avrebbe invece risistemate facilmente e rese nuovamente funzionanti, nonostante dal 2002 non possedesse più la licenza per riparare armi.

Come? Il trucco per aggirare la legge sarebbe stato quello di vendere parte degli armamenti ad una celebre ditta britannica, la Heltston Gunsmith. Azienda prestigiosa nel settore, in possesso di tutti i diritti e le licenze per produrre e riparare armi. in realtà, però, le Beretta 92S non avrebbero mai raggiunto gli stabilimenti della Heltston. Sarebbero state pagate (e quindi, presumibilmente anche acquisite fisicamente) da un'altra ditta: la sconosciuta "Super Vision International ltd". Alla quale nessuno ha mai concesso l'autorizzazione.

Fatto sta che 45mila pistole sono arrivate in breve nella terra che fu di Saddam Hussein. E, fatto ancora più grave, le rivoltelle tricolori non sono andate solo alla polizia irachena, ma sono state trovate in mano ai guerriglieri di Al Zarqawi. I magistrati, inoltre, nel corso delle indagini hanno verificato numerose altre irregolarità. Il 6 dicembre del 2004, viene arrestata una dipendente della Beretta mentre tenta di portare una calibro nove fuori dalla fabbrica. E’ un'impiegata addetta al magazzino, inizialmente accusata di aver asportato illegalmente 152 pistole. Successivamente, la Procura dispone il sequestro di 15.478 pistole semi-automatiche si presume anch'esse dirette in Iraq - che la Beretta custodiva nei propri stabilimenti. Pistole che, sottolineano i giudici, "risultavano prive di matricola o con matricola abrasa o ripunzonata e prive di punzoni del Banco Nazionale Prove".

La nuova tranche di pistole dirette in Iraq, dunque, è stata bloccata. Ma ora, con la nuova legge, si potrebbe arrivare all'assurdo di rendere non punibile la commercializzazione da parte di chi ha una generica licenza di detenzione e vendita di armi, di pistole e fucili provento di furto. Una “toppa” perfetta non solo per il comportamento della Beretta, ma anche per il ministero allora diretto da Giuseppe Pisanu, che vendette migliaia di pistole come "fuori uso", quando bastava un po' di grasso per permettere loro di ricominciare a sparare.

Il tutto senza che nessuno, in Parlamento, se ne sia accorto. Possibile? Pare di sì. Il decreto "Olimpiadi invernali" emanato alla fine del 2005 dal governo Berlusconi non menzionava minimamente questioni relative al commercio di armi. La norma è stata aggiunta infatti in sede di conversione, in gennaio, presso la commissione Affari costituzionali del Senato, attraverso un emendamento (a firma di Gabriele Boscetto, Forza Italia, avvocato penalista, relatore del disegno di legge in commissione) che sarebbe stato poi riscritto tre volte per venire incontro alle richieste del governo (sottosegretario Alfredo Mantovano, Alleanza Nazionale, in testa). E che è stato poi inserito nel maxiemendamento presentato dal governo che sostituiva il testo precedente del disegno di legge, sul quale il governo pose la fiducia sia a Palazzo Madama che a Montecitorio.

Insomma, la norma era di fatto "nascosta" all'interno di una legge che aveva tutt'altro oggetto.

E anche a leggerla con attenzione, a saltare agli occhi era piuttosto la contestatissima normativa in tema di droga. A parziale discolpa, ma non a giustificazione, di chi non si è premurato di leggere ogni parola della legge. Conseguenza immediata è stato il fatto che durante il dibattito in Commissione e in Aula - sia al Senato che alla Camera - nessuno dei parlamentari intervenuti, sia di maggioranza sia di opposizione, ha sollevato né accennato all'introduzione della norma sul commercio di armi di seconda mano. Tutti si sono concentrati sulle norme in materia di droga. E il provvedimento è passato totalmente sotto silenzio.

Ad accorgersi che qualcosa non quadrava, invece, è stata la stampa inglese, insospettita da alcuni comportamenti del governo britannico. Sarebbero stati infatti proprio gli uffici di Downing Street a fungere da tramite essenziale per far arrivare in Iraq le pistole della Beretta. Secondo il settimanale The Observer, l'anno scorso il ministero dell'Industria e del Commercio britannico si accordò per la consegna di queste armi alla polizia irachena. Non c'è traccia - aggiunge il giornale - che siano stati previsti anche sistemi di controllo necessari per evitare che le armi potessero finire nelle mani della guerriglia.

Il Guardian, inoltre, ricostruisce il cammino che ha portato le armi in Iraq. In data non precisata il governo Usa avrebbe chiesto alle Taos Industries (una delle società che procura le armi al Pentagono), di trovare pistole e altre armi per la polizia irachena. La Taos avrebbe quindi contattato la britannica Super Vision: guarda caso proprio il presunto "reale acquirente" delle Beretta 92S. Nel frattempo, la Helston Gunsmiths , sarebbe entrata nell'affare per ottenere una licenza di esportazione dal governo di Londra. Fin qui l'inchiesta del Guardian pare coincidere perfettamente con quella dei magistrati italiani. A questo punto, il ministero dell'Industria avrebbe dato il suo ok e le Beretta sarebbero partite dall'ltalia.

Destinazione aeroporto di Stansted e, da lì, fino a giungere in una base militare di Baghdad. Quindi, nel febbraio 2005 vengono consegnate all'autorità provvisoria irachena.

Un giro ben più tortuoso e difficile da seguire rispetto a qualsiasi altro bene importato o esportato. «Conosciamo la provenienza di una singola fettina di carne o di un qualsiasi bene di consumo e non abbiamo invece idea di dove finiscano le armi che noi stessi produciamo - sottolinea in questo senso Francesco Vignarca della Segreteria della Rete Disarmo - con il rischio di vederle un giorno anche nelle nostre città a dare man forte alla criminalità, come già successo in altri paesi europei».

Una situazione, quella italiana, che ha destato anche la preoccupazione di numerose Ong. Già in passato le associazioni riunite nella Rete italiana per il disarmo "ControllArmi" avevano più volte denunciato la vicenda. Nei giorni scorsi, insieme ad una delegazione dell'Ong inglese Global Witness, hanno incontrato parlamentari e membri del governo italiano proprio per sottolineare l'urgenza di una modifica legislativa. Quanti onorevoli cadranno dalle nuvole?

di Andrea Barolini e Emanuele Isonio

Fonte: www.valori.it

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