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L'intelligence israeliana: "Italia nel mirino di Al Qaeda"

05.10.2006
 
L'intelligence israeliana: "Italia nel mirino di Al Qaeda"

Per l'Intelligence israeliana l'Italia è il primo degli obiettivi di Al Qaeda. Il suo territorio è tra quelli più esposti in Europa ad un eventuale attacco dei terroristi. Doron Bergenberst Eilon - rappresentante dei Servizi di sicurezza generale israeliana, esperto di intelligence e terrorismo - sembra non avere dubbi: il rischio di attentati terroristici è elevato in Italia. E non da oggi. Non sono solamente le parole di Papa Benedetto XVI ad aver suscitato le ire degli estremisti islamici. Il pericolo è latente e dura da tempo. E' sotto i nostri occhi, ma ci ostiniamo a non vederlo.

"Il rischio di un attacco terroristico è alto - spiega ad Affari il professionista dei servizi segreti - ma è sempre stato così, anche prima delle parole del Papa. Un gruppo terroristico come Al Qaeda ha sempre bisogno di dimostrare di essere vivo e vitale. Deve far vedere ha tutti che mantiene il potere di colpire. Finché gruppi del genere esistono, il rischio rimarrà sempre alto. Non solo in Italia, ma in tutta Europa".

La vicenda che riguarda direttamente il Pontefice può aver esasperato i toni, ma un inasprimento degli animi è in atto già da qualche mese. Secondo Eilon, "la polemica seguita alla pubblicazione di vignette ritenute blasfeme da parte della stampa danese ha contribuito a coinvolgere nello scontro anche gli stati più moderati fra quelli di religione e cultura islamica".

L'Occidente, quindi, continua a essere sotto tiro. E se ci consideriamo al sicuro, al riparo da eventuali atti di violenza, abbiamo sbagliato clamorosamente i calcoli. L'esperto dei servizi dello stato ebraico spiega che l'Italia è uno degli obiettivi potenziali della rete terroristica internazionale. Una convinzione, la sua, che non deriva da considerazioni astratte o ideologiche, ma dall'analisi puntuale della nostra posizione sullo scacchiere politico internazionale, che mette in luce un pericolo ben preciso e, in potenza, capillare.

"Visto che in passato l'Italia è stata nominata in maniera specifica come bersaglio del terrorismo - dice Eilon - il rischio è che gli estremisti spingano ad agire anche altre persone che non sono necessariamente coinvolte in gruppi come Al Qaeda, ma che potrebbero prendere le indicazioni dei terroristi come una specie di ordine e di conseguenza sentirsi giustificate a lanciare un attacco all'Italia".

Altro elemento fondamentale per la prevenzione degli attentati e per la sicurezza dei Paesi occidentali è la comunicazione fra il mondo islamico e i servizi di intelligence degli stati europei. "Per esempio - dice ancora Eilon - gli attentati preparati a Londra (l'Apocalisse dei cieli, ndr) sono stati sventati grazie alla buona comunicazione fra le comunità islamiche e le autorità inglesi. E' soltanto un lato della medaglia, però. Bisogna comunque che continuiamo a stare al passo coi tempi, aggiornando le nostre metodologie di lavoro sul fronte della sicurezza, creando delle figure professionali statali e private. Non può essere un vigile urbano a combattere il terrorismo".

L'intervento di operatori specializzati, ma anche l'entrata in vigore di legislazioni più restrittive, apre la porta a tutta una serie di problemi nell'ambito del diritto. "La questione è: come definiamo questi diritti della persona? - ci tiene a precisare Eilon -. La cosa peggiore che abbiamo fatto è stata proteggere dei pericoli, come il terrorismo, per tutelare i diritti. Il loro non è diritto di parola".

Nel momento in cui si parla di intelligence e di informazioni da raccogliere, ma anche di diritti umani e di dignità da rispettare, entra in campo pure il grande dilemma che riguarda la tortura.

Il famoso avvocato americano Alan Dershowitz è da tempo sostenitore dell'opportunità dell'utilizzo di questa pratica, portata avanti da professionisti e solo nei casi di estremo pericolo per la popolazione. Come, appunto, avviene per il terrorismo. Negli ultimi giorni il dibattito si è infiammato anche nel nostro Paese.

Eilon non ha dubbi a riguardo. "Nella sua storia Israele non ha mai praticato la tortura, anche se qualche volta ha utilizzato metodi duri. Tuttavia cinque anni fa è stata approvata una legge che impedisce anche un'eccessiva pressione su chi viene interrogato - dice - La responsabilità, a quel punto, diviene di chi conduce l'interrogatorio e dei suoi superiori. Non credo che qualcuno abbia voglia di perdere il proprio incarico e la propria pensione per un motivo del genere... Abbiamo anche effettuato uno studio che riguarda il numero delle confessioni dopo la riforma della legge. E abbiamo visto che non ci sono cambiamenti sostanziali. Anzi, con la tortura c'è sempre il rischio di imprigionare qualcuno che non è colpevole e questo non è assolutamente tollerabile”.

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